Takarazuka- istruzioni per l’uso (seconda parte)

Per permettere un giusto ricambio generazionale, le top star di ogni troupe in genere mantengono la loro posizione per 3-4 anni, massimo 5, lasciando poi la carriera di takarasienne. Alcune diventano attrici affermate, come Amami Yuki, oppure doppiatrici. O, come auspicava il patron Kobayashi, brave mogli.

Il Takarazuka è un mondo luminoso e abbagliante, ma come tutte le luci ha anche le sue ombre. La prima prende il nome di bullismo ad opera delle stesse compagne di studi, pratica tristemente comune in questo paese anche nella scuola dell’obbligo. Ho letto ad esempio di ragazze che hanno subito angherie solo perché non si sono fatte da parte al passaggio delle studentesse del secondo anno.
Questa è la scala dell’ex accademia musicale, guardate voi stessi: i gradini sono consumati sul lato destro perché le matricole devono camminare rasentando i muri per essere il meno possibile d’intralcio alle compagne più anziane.
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La seconda ombra riguarda l’ossessione dei fan (e in questo i giapponesi sono maestri),che sfocia sovente nello stalkeraggio.

Vi sono certamente molti uomini tra gli appassionati, ma la maggioranza femminile dell’audience è schiacciante. Le fan sono estremamente severe e quasi maniacali nel creare regole assurde. Nel teatro, soprattutto ai posti migliori, sembra che si possano trovare sempre le stesse persone poiché i biglietti vengono prima messi in prevendita al “Takarazuka tomo no kai”,il fan club. Raramente rimangono posti liberi per gli spettacoli più attesi (ivi il cedimento del rene per poter ottenere due biglietti all’asta). I fan, o meglio, le fan, sono agguerritissime. L’attrice preferita non è soltanto una beniamina, è un vero oggetto di ossessione e brama di possesso. Alcune di loro provvedono ad ogni necessità del loro idolo, facendo commissioni per lei o donandole regali costosi, persino gioielli. Nel caso delle otokoyaku, si arriva ad un’attrazione romantica, in casi estremi sessuale; d’altronde i personaggi interpretati dalle otokoyaku sublimano la mascolinità in qualcosa di “puro, onesto, bello”: le casalinghe disperate possono fantasticare su qualcosa che è altro dallo strano animale a due zampe che gira per casa. Le otokoyaku sono insomma meglio degli uomini stessi.

Non la metterei su questioni di omosessualità, visto che anche se è probabile che sia tra le attrici che tra le fan ci siano anche queste preferenze, tali casi non sono poi così frequenti -ricordiamo che il Takarazuka non è stato creato per l’emancipazione femminile o per i diritti degli omosessuali, è stato ideato da un nazionalista guerrafondaio retrogrado! Quando leggo su vari siti inglesi che il Takarazuka è un esempio di teatro pro LGBT perché le donne si vestono da uomo mi viene da ridere…e allora il kabuki, il teatro elisabettiano che cosa sono, spettacoli del gay pride?? Con tutto il rispetto per i vari orientamenti sessuali, che poi non vorrei trovarmi teste di cavallo nel letto 🙂

Vi posso dire in tutta onestà che le otokoyaku sono così brave da sembrare davvero uomini sulla scena. Forse viste in fotografia fanno un po’ ridere a noi occidentali, con il trucco teatrale e i parrucconi, ma quando le vedrete sul palco vi innamorerete di loro. Ci metto la mano sul fuoco. E’ la magia del Takarazuka che vorrei cercare di raccontarvi, ma so che sarà dura perché certe sensazioni le dovreste provare voi. Cominciamo da quella più difficile, quella del “turbamento”.

Noi eravamo in terza fila. Questo significava prima di tutto attirarsi gli sguardi incuriositi e ben poco benevoli delle fan. Soprattutto verso di me, l’invasore straniero. Vi dico solo che ho tirato fuori il cellulare a 20 minuti dall’inizio della rappresentazione (metà della sala era con lo smartphone in mano) per assicurarmi che fosse in modalità silenziosa, e già una scorbutica dietro di me era partita all’attacco facendomi notare che durante la rappresentazione le riprese erano vietate (sai che novità…). L’ho ringraziata dicendo che lo sapevo. Assatanata

Comunque…le attrici recitano così vicine da poter guardare gli spettatori delle prime file in faccia, forse per cercare un volto conosciuto, forse per fare il cosiddetto “fan service” (azioni fatte appositamente per mandare in brodo di giuggiole i fan). E non nascondo che quando un paio di volte mi hanno guardata mi sono sentita avvampare. In quel momento davanti a me non c’era una donna travestita, c’era il mio eroe in carne ed ossa! La sensazione più strana l’ho provata proprio nel finale, nel momento in cui le takarasienne hanno fatto l’ultimo inchino e ho sentito distintamente il loro profumo: una fragranza conturbante, né maschile né femminile. Sinceramente pensavo che a quel punto mi fosse andato in pappa il cervello, invece anche Toru l’aveva sentito. Dopo due ore di ballo e canto sfrenato ci si aspetterebbe un odore devastante di cane bagnato, invece si sono dimostrate “rose di Versailles” in tutto e per tutto. Cercando disperatamente una risposta al perché di cotanta grazia, ho letto che le takarasienne imparano, fra le altre cose, a farsi la doccia e a cambiarsi in meno di 10 minuti. Cosa di cui non riesco a capacitarmi, io che in 10 minuti non riesco nemmeno a lavarmi la faccia 😀

continua (con il racconto dello spettacolo!)…

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Takarazuka: istruzioni per l’uso (Parte prima)

Non credo minimamente di esagerare nel dire che ieri ho passato una delle più belle serate della mia vita…

Innanzi tutto, per chi non lo conosce, come promesso vi parlerò un po’ del Takarazuka.

Il Takarazuka kagekidan è il teatro di rivista nato nella città omonima nella prefettura di Hyōgo (tra Kobe e Osaka) nel 1914 ad opera dell’industriale Ichizō Kobayashi, che voleva ridare vita ad un’area termale in decadenza situata proprio alla fine della linea da lui fondata (e che se non sbaglio-amici del Kansai correggetemi- è una delle più usate ancora oggi), la Hankyu.

Come vi ho già accennato, la peculiarità di questo teatro è l’utilizzo esclusivo di attrici sulla scena (sembra che per un breve periodo fossero stati anche inseriti attori nel cast, ma con scarso successo), le quali vivono seguendo il motto 清く、正しく、美しく “Sii pura, onesta, bella.” 45-50 takarasienne venivano (e vengono tutt’ora) scelte tra candidate di età compresa fra i 13 e i 15 anni (adesso l’età si è alzata, dai 15 ai 18).

Ovviamente, il primo anno passava in bellezza: pulizia a fondo dei tre piani dell’accademia di musica, sottomissione alle ragazze del secondo anno (profondi inchini, tenere loro le porte aperte, divieto di superarle anche solo di un passo, eccetera). Allo smazzamento si affiancavano gli studi di danza, canto, dizione e galateo, che doveva servire loro per diventare delle mogli perfette (zio Kobayashi era leggermente di destra e non proprio di quelli che bruciano i reggiseni in piazza). Tanto per cambiare, vigeva il tassativo divieto di frequentare uomini con un “velato” invito alla castità. Olè. Le studentesse del primo anno vengono chiamate 予科生 Yokasei.

Tanto per darvi un’idea, guardate i primi minuti di questo documentario.
Il secondo anno, per chi sopravviveva, non è che fosse tutto rose e fiori: studio matto e disperatissimo dalle 9 alle 5 (con rinforzo serale quando necessario) e finalmente la scelta cruciale tra otokoyaku (ruolo maschile) e musumeyaku (ruolo femminile), che influenzerà la carriera artistica dell’attrice. Le otokoyaku, scelte in base a molti fattori tra cui l’altezza e il registro vocale, manterranno i capelli molto corti, impareranno a cantare avvicinandosi quanto possibile al baritono, inizieranno ad utilizzare il linguaggio e l’atteggiamento maschile. E’ quello di otokoyaku il ruolo tutt’ora più ambito e il più affascinante, che porterà le più determinate a diventare “top star” dei cinque gruppi in cui verranno smistate alla fine del secondo anno: Hana (fiore), Hoshi (stella), Tsuki (luna), Yuki (neve) e il più recente Sora (cielo, o cosmo). Lì continueranno i loro studi e muoveranno i loro primi passi sulla scena. Le studentesse del secondo anno vengono chiamate 本科生 Honkasei.

Il debutto della takarasienne avviene ancora oggi con la “line dance” al termine delle rappresentazioni.

Probabilmente alcune leggere modifiche a questo addestramento quasi militare sono state apportate, ma non ci giurerei 🙂
Per quanto riguarda la retribuzione, le attrici vengono pagate con un fisso per i primi sette anni, in seguito firmano veri e propri contratti con la direzione del teatro. Essendoci posto per una sola top star in ogni gruppo, molte attrici abbandonano la carriera quando capiscono di non poter superare i propri limiti o quando decidono di sposarsi. (in origine, il buon Kobayashi si occupava personalmente di farle maritare trovando per le ragazze un buon partito, adesso il buon marito sembra che se lo trovino da sole).
In genere, alle musumeyaku occorrono 5-6 anni per poter diventare “qualcuno” nella troupe, mentre alle otokoyaku ne servono almeno 10.

continua…

Versailles no baka

Ovvero, la “scema de Versailles”.

(disclaimer: post parecchio sclerato, mi rimetto alla vostra clemenza 🙂 )

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Non c’è bambina degli anni ’80 che non conosca Lady Oscar. Dall’asilo in poi, chi di noi non si è presa per i capelli con le amichette per decidere “chi faceva chi” nell’ora di ricreazione (ok, magari voi non eravate delle screanzate, io ero sempre in castigo perché troppo rivoluzionaria di default…)? Come per alcune di voi, per me Lady Oscar è LEGGE, scuola di vita, quello che qui in Giapponia chiamano l’akogare (憧れ), l’esempio (irraggiungibile!) da seguire, oltre ad essere nella lista delle cose su cui NON si discute (assieme ai Queen e a poche altre cose) e di cui, periodicamente, mi torna la scimmia.

Oscar o Maria Antonietta? André o Fersen? Domande trabocchetto che ci facevano subito inquadrare il tipo di persona che ci stava davanti e deciderne di conseguenza, implacabilmente e senza appello.  Pianti davanti al televisore.  Senso (inconscio) del mono no aware a palla (già dalla siglia originale bara wa utsukushiku chiru, le rose cadono in bellezza), ciliegi in fiore alla periferia di Parigi, sani valori giapponesi a palate. Ma che ve lo racconto a fare, lo saprete già, mie romantiche fanciulle… 😀

Non mi dilungherò sul fenomeno Lady Oscar in Italia, sui turbamenti delle ragazzine alla vista di camicette bianche a brandelli (…e NO, la balia NON aveva sbagliato candeggio, non so se mi spiego…);

sul fatto che in un meraviglioso mondo parallelo nippo-francese a una donna venisse data la possibilità di scegliere se prendere una spada in mano o continuare a ballare il minuetto agghindata come un abat-jour;

sul fatto che una rosa non potrà mai essere un lillà (eh?), ma soprattutto, che

“L’amore può portare a due cose: alla felicità completa, o a una lenta e triste agonia” (tié!)

Ok, te pareva che non mi partiva la scimmiazza…

Come diceva qualcuno, non mi raccapezzolo più !

Ahem…

Mentre, dicevo, in Italia non c’è trentenne o quarantenne che non conosca la Lady dal fiocco blu, se in Giapponia ti azzardi a dire che ti piace Versailles no bara (La rosa – o le rose, a seconda dell’interpretazione- di Versailles, titolo originale del fumetto), o ti danno della vecchia (anche detta Versailles no baba, la tardona de Versailles), o non lo conoscono. Mapperò.

Mapperò c’è anche un piccolo esercito di donne Showa come si deve che sono state figlie del berubara boom (abbreviazione di Versailles no bara in una simpatica lingua in cui le”V “e le “B “sono spesso messe a caso) negli anni ’70. Sull’onda della scimmiazza mi sono messa a ricercare un po’ nei miei archivi (chiamiamoli così…) rileggendo le pagine che l’autrice Riyoko Ikeda ha dedicato a commentare la sua opera.

Versailles no bara usciva nel 1972, con non pochi problemi, sulle testate di Margaret (マーガレット), una rivista per ragazzine dai 10 ai 14-15 anni: esso mostrava una donna en travesti, che creava confusione e turbamento in tre quarti dei personaggi che anche loro non si raccapezzolavano più, ma soprattutto una figlia ribelle (cosa che una donna Showa come si deve non può essere), che non si piega alle regole di una società patriarcale e maschilista, e -aggiunge la Ikeda con non poca soddisfazione-  mostrava ai virginei occhi delle fanciulline ignare la prima scena di sesso in un manga per ragazzine. Con il bis (capisc’amme). Uno scandalo. Lettere di mamme inchianate come non mai alla redazione, minacce, poi l’inarrestabile successo, la pubblicazione in volumi e tutto a tarallucci e vino.

Oscar era in parte lo specchio della Ikeda stessa  -una ventiquattrenne che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno( e dal 2008 Cavaliere della Legion d’Onore di Francia, probabilmente per averci reso un po’ più simpatici i nostri cugini d’Oltralpe) -ma anche un personaggio che dava voce, nemmeno troppo velatamente, al malcontento delle donne (o almeno, di alcune donne) per il loro ruolo marginale nella società giapponese (…e comunque oggi stiamo ancora agli stessi livelli, più o meno).

Dicevo, berubara boom. Nel 1974, sull’onda del grande successo del fumetto, la compagnia teatrale Takarazuka (宝塚歌劇団, la cui caratteristica distintiva è l’utilizzo di un cast interamente femminile) mette in scena le vicende di Oscar, in spettacoli che fino ad oggi hanno raggiunto 5 milioni di spettatori. Anche in questo caso, siccome i fan giapponesi sono sempre sobri, entusiasti delle novità, ma soprattutto comprensivi, hanno cominciato a mandare lettere minatorie contenenti lamette alle attrici prima ancora di vedere la messinscena, tanto per mettere in chiaro simpaticamente le cose. Adesso per riuscire a comprare un biglietto devi dare un rene.

Poi, negli anni ’80, il cartone animato – mega flop in Giappone ( in alcune prefetture ne fu addirittura sospesa la trasmissione, conclusa poi con un bizzarro montaggio in una puntata fatta di fermo immagini e narrazione fuori campo), schifato pure dalla Ikeda. Il character designer fu affidato a Shingō Araki (I Cavalieri dello zodiaco, anyone?), la regia a Tadao Nagahama, prima e a Osamu Dezaki (Rocky Joe, alcuni film animati di Lupin III,ecc… ), poi.

Insomma, ai gggiuovani giapponesi non piace Lady Oscar. Forse il tema della Rivoluzione Francese, o il manga storico, non prende. Forse i dialoghi, quasi lirici, stuccano. Forse il disegno, che riprende a tratti lo stile Liberty, non attizza. Meglio gli occhi strabuzzati e le tettone di One Piece. Ve possino…

Eppure, la quantità di gadget e di prodotti basati su Versailles no bara, con grande gioia del mio portafoglio, è impressionante:

magliette e abiti

cosmetici

vini

budini

rose

e così via, ad libitum.

Tutto questo papiro per dire che vi sto scrivendo da una vasca piena di ghiaccio. Il rene l’ho dato. Finalmente, dopo cinque anni e mezzo di tentativi miseramente falliti, sono riuscita ad accaparrarmi (all’asta, tra l’altro!) il mio posto nello scintillante teatro del Takarazuka di Tokyo (quello originale si trova in Kansai). Vi racconterò dettagliatamente del Takarazuka a metà luglio, nel frattempo ovviamente vivrò nell’inedia nutrendomi solo dei miei sogni di bambina.

Adieu.

Hanami

Hanami

L’altro giorno stavo passeggiando nel parco vicino a casa con Toru e la piccina.
Il periodo dell’hanami era passato già da un po’, e silenziosamente pensavo al fatto che nemmeno quest’anno siamo riusciti a fare il tradizionale pic-nic sotto ai ciliegi. Non ho dato voce al mio malcontento, perché le cose tristi non vanno dette nelle giornate di sole, nei brevi momenti di riposo; ho ricacciato indietro il pensiero, scendendo i grossi gradini un passo alla volta, con attenzione. Da quelle scale, che costeggiano il prato su cui io e Ayla passiamo i pomeriggi di libertà, ho notato una coppia anziana trascinare faticosamente uno strano carretto(che potete vedere a sinistra nella foto) , niente più che una bicicletta a cui avevano appoggiato una tavola di compensato. Sopra c’era un cane Shiba, sdraiato e con le zampe tese.
A prima vista mi sembrava morto: sono rimasta pietrificata, mentre già mi salivano le lacrime agli occhi; ho indicato la coppia a Toru e ho continuato a guardare, in mezzo alle scalinata, col fiato sospeso.
Il cane non era morto, ma era sicuramente reduce da una difficile operazione. La nonnina ha steso una coperta sull’erba, in due hanno sollevato il cane e ce lo hanno messo sopra. Lentamente, con molta pena, il cane si è messo a sedere. La nonnina si è seduta accanto a lui ed ha cominciato ad accarezzarlo. Il vecchietto si è seduto sulla panchina, ha aperto una lattina di caffè ed ha cominciato a bere.
Ho fatto una foto, consapevole di avere rubato un momento magico. Un hanami senza fiori. A volte non servono.

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Avere trent’anni

Rieccomi, de profundis.Non vi sto a dire perché non ho più potuto scrivere, meglio non saperlo credetemi :). Diciamo che sono andata in letargo.

D’altronde chi mi segue lo sa e si sarà ormai rassegnato.

Cos’è cambiato nel frattempo…umh, tutto e niente. Qui a Tokyo, come penso anche in altre parti del Giappone, non si parla d’altro che dell’aumento dell’imposta sui consumi dal 5 all’8%. Poca roba, direte voi, rispetto all’IVA italiana. Poca roba un par di ciufoli, se pensiamo all’assurdità del prezzo netto di tutti i prodotti, non solo quelli di lusso ma anche quelli fondamentali come riso, acqua, frutta, verdura (la carne non la nomino nemmeno). Nella mia zona si vedono le obasan del quartiere cariche di sacchi di riso e di tutto quello che si può conservare a lungo come se dovesse venire la fine del mondo. Quest’anno sembra che molte persone si siano decise a comprar casa e, l’ho visto giusto ieri in tv, anche a sposarsi per pagare l’anello e la cerimonia ad un prezzo più basso (ah, l’amour…). Anche io comunque mi sono lasciata prendere dall’isteria generale e ho saccheggiato lo Hyaku en Shop, il negozio a 100 yen (105, tra poco 108) riempiendo la casa di prodotti più o meno inutili.

Da aprile mi aspetto una batosta e il paese in ginocchio ^^”””

Inutile dire che gli stipendi (almeno il mio) non sono aumentati.

 

Parlando di cose personali, vi sto scrivendo con un anno di più sul groppone. Ebbene sì, il 16 ho compiuto 30 anni, la tremenda cifra tonda. Nonostante ciò ho passato il compleanno migliore della storia, ho festeggiato praticamente una settimana con le mie due migliori amiche che sono venute a Tokyo. Adesso che sono tornate sento un po’ la nostalgia loro, ma soprattutto della leggerezza che hanno portato qui da me.

Vederle “nel mio territorio”, in quella che adesso volente o nolente è anche un po’ la mia città, è stato strano. Mi sono sentita…ibrida. Come una sirena, un centauro…un salaryman che non puzza d’aglio. Italiana, ma anche pronta a giustificare alcuni comportamenti che agli occhi di un italiano sembrano strani. A decantare la qualità del sushi di quel particolare ristorante o la bontà ipercalorica di uno tsukemen enorme. A scherzare su quanto sia miserabile salire su un treno pieno zeppo di persone spinte a forza dentro i vagoni, pur sapendo che lo devo fare tutti i giorni, almeno due volte al giorno.

Avere trent’anni. C’è da fare un bilancio?Naaaahh. Perché in questa città che toglie tante cose, posso prendermi il lusso di restare un po’ bambina.

Buon compleanno a me

 

Que calor, que calooooor!! (cit)

Que calor, que calooooor!! (cit)

Rieccomi in tutto il mio splendore splendido splendente. Intanto vi butto lì una foto di un tanuki, tanto per gradire.
Mi ha fatto piacere ricevere molti messaggi e commenti, come sempre, mi sento un po’ una di quelle vecchiette che su Gioia o Donna Moderna tengono la posta del cuore e mi emoziono. Scrivetemi numerosi, ultimamente non sono stata molto in vena di scrivere ma se apriamo un angolo di consigli sul Giappone magari mi fare tornare la voglia di permeare l’etere della mia ingombrante presenza.

Questo post, in sintesi, era una scusa per pubblicare ‘sto tanuki che ho avuto dietro la schiena tutto il tempo di un luculliano pranzo a base di sushi del mio ristorante preferito (di gran classe, come potete immaginare), e anche per ringraziarvi di esistere ( con voce nasale alla Ramazzotti) perchè sono capitata sulle statistiche del blog e sulle chiavi di ricerca che hanno portato alcuni di voi innocenti navigatori sui lidi di Green Eyed Geisha. Ebbene, ecco alcune delle più geniali dovevo condividerle con voi:

statua angelo demone di 1000 anni (?)

bici tandem corti usati

geisha palude (giuro che il prossimo blog lo chiamerò così)

aspirapolvere ayla

kanamara batman

erotico giapponese

bacherozzi a casa

ayla vip trans forum (ma povera bestia!! >.<)

donne sexy alle slot (ah, porcelloni miei *__U )

rane in cucina

orsigno

ciambella all anguria

….ma il premio va a quello che mi ha fatto ridere per mezz'ora…l'unico, inimitabile….

fior di tettona

GENIO. GENIO, VIENI FUORI!!! Ben due volte qualcuno è arrivato al mio blog con questa ricerca. Ti prego, palesati che devo offrirti da bere in qualche bettola lorda di Koenji!!

A tutti voi, buon fine luglio, mentre cerco qualche argomento più consono a questo salotto bene di Setagaya

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Un’altra primavera

Primi d’ Aprile! E con la primavera ritorno anch’io!

In queste ultime settimane sono successe un sacco di cose: “Anno nuovo, vita nuova”, mi ero ripromessa, dopo un disastroso 2012…e fortunatamente sono riuscita a sistemare tante cose andate storte nel corso di questi ultimi due anni: prima di tutto avrò più tempo per me, per la bimba e per Toru; la missione “Lavorare di meno, lavorare meglio” sta andando in porto.

Per festeggiare questo tripudio primaverile io,Toru e Ayla ci volevamo concedere una piccola fuga a Shizuoka: mare, natura, fiori di ciliegio e tante coccole per la mia povera famiglia così a lungo trascurata.
Beh, ai fiori di ciliegio devo stare sulle balle perchè han deciso di fiorire ben 10 giorni prima del tempo, cosi anche quest’anno mentre la gente baccagliava sotto gli alberi io ero chiusa al lavoro che manco Erzsebet Bathory….
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(simpatico reminder dalla finestra della scuola)
E poi mercoledì scorso è arrivata mia sorella, che non vedevo da due anni(ancora devo lavorare sul mio esilio in Nippolandia e trovare un modo di rientrare in Europa piu spesso), così adesso siamo alla ricerca di un posto decente in cui sistemarla (ve lo ripeto per la seconda volta, SAKURA HOUSE IS NOT THE WAY. Cazzarola, una topaia del genere non la vedevo dal 2007, quando ci ho vissuto io per tre mesi! Se qualcuno conosce una ditta meno lorda, che non sia la Fontana, batta un colpo!)
Finiti gli aggiornamenti sulla mia entusiasmante vita, vi racconto qualcos’altro. Parliamo di Shizuoka, che è meglio!
Come regione, Shizuoka e` piuttosto vasta, perciò ci siamo concentrati solo su due aree per poterci anche riposare. Il primo giorno siamo stati a Shimizu, una tranquilla cittadina portuale in cui ci siamo ingozzati di pesce per rimediare alla delusione di una giornata uggiosa. A detta del consorte, la spiaggia su cui abbiamo passeggiato e` famosa per essere il set della sigla iniziale di un jidai geki (uno sceneggiato storico) chiamato “Abarenbo shogun“, “lo shogun coicazzinchianati”, un vero duro dallo sguardo che ammalia, compagno dei miei interminabili soggiorni di fine anno ad Akita.
(ecco il video su youtube , scusate la pessima qualità ma è l’unico che ho trovato!)
Nel pomeriggio siamo andati al castello di Shizuoka, alla ricerca degli ultimi fiori di ciliegio, e ci siamo imbattuti in curiosi objet
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culi volanti

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(C’è un 109 anche a Shizuoka!!Chissà se è pacchiano come quello di Shibuya!)
La sera abbiamo passeggiato nella zona del porto e abbiamo cercato un ristorantino. Il donburi di pesce era delizioso(foto a breve)!

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Il giorno dopo, visto che il tempo non accennava a migliorare, siamo scappati verso Hamamatsu, per vedere il castello e mangiare la cucina brasiliana. Perche` brasiliana? Perche’ a Shizuoka e a Gunma ci sono le piu’ grandi comunita’ nippo-brasiliane del Giappone.

Anche in questo tragitto le opere d’arte non ci hanno delusi!

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Fuji is everywhere!

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Castello di Hamamatsu

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Giappobimbo carinissimo

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Ma la parte migliore del nostro viaggio è stata il soggiorno a Hamanako, un grande lago vicino al mare. Circondata da quella distesa di acqua, mi sono sentita finalmente in pace con il mondo 🙂

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Ayla con la faccia derelitta per la lunga camminata

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Il mare ❤

Intorno alle 5 abbiamo preso la funicolare per vedere il lago dall’alto

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A conclusione del racconto di questa breve, ristorante gita, vorrei ripetermi: che calvario è stato portarsi in giro Ayla!!! Anche in quella zona non abbiamo trovato un solo locale che accettasse la nostra piccolina, quindi di giorno ci siamo accontentati di pic-nic e take-away, mentre la sera, quando la temperatura si abbassava, siamo stati costretti a lasciare la cucciolotta in macchina con i finestrini un po’ abbassati e la sua pappa, mangiare in 30 minuti con il magone e precipitarsi subito da lei. Anche per quanto riguarda gli hotel, il primo giorno l’abbiamo infilata in camera abusivamente (col batticuore che abbaiasse e ci facesse sgamare), la seconda notte a Hamanoko non abbiamo trovato altra soluzione che lasciarla dalle 5 alle 8 del mattino dopo in una pensione per cani. Non ci siamo…

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