Elisabeth – Takarazuka (aridaje!) Seconda parte – e molto altro…

Riprendo in mano l’articolo lasciato in sospeso…e vi racconto il resto!

17 ottobre- il posto è sempre quello, il teatro Takarazuka a Yurakucho.

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Questa volta abbiamo trovato i posti per lo spettacolo pomeridiano, decisamente più lontani dal palco. Noleggio il binocolino per ogni evenienza e ci prepariamo a goderci la rappresentazione. La distanza non mi dispiace poi troppo perché anche vedere l’insieme globale della scena vale la pena!
Stavolta tutti fanno foto del palco a manetta quindi anche io immortalo timidamente il sipario con la manina tremante.

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Si apre il sipario. Brividoni per la scena iniziale che, come sapete, mi piace troppo. Questa volta conosco così bene il musical da sapere esattamente quando puntare il binocolo per fermarmi sulle espressioni clou, sulle scene chiave e noto con terrore che molti dei commentu maniacali delle babbione a fianco (stile: “hanno spostato il letto di Elisabeth!”) li avevo già fatti nella mia testa, insomma, contagiata a vita, ce l’ho tutto in testa, nei minimi dettagli.

La storia e le battute sono ovviamente identiche a quelle che vi ho raccontato nel post precedente, quindi saltando questa parte mi rimane parlare dell’interpretazione, che è stata buona anche se non eccelsa. Essendo la prima prova di Rio Asumi come Top star della Hanagumi, il suo Tod era troppo “aggraziato”, “femminile”…ma soprattutto non aveva la bazza, che per me è diventata il requisito fondamentale di ogni Tod che si rispetti! Un po’ me lo aspettavo, perché dalle performance precedenti avevo notato la tendenza dell’attrice a puntare sulla bellezza e la grazia della rappresentazione come segno distintivo : basta guardare la foto per capire che male non fa, è una donna splendida!
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Anche la performance vocale non è stata all’altezza della coppia del 2007, soprattutto perché eguagliare o superare Mizu Natsuki (eccellente cantante, ballerina e performer) non è pensabile. Le attrici qui facevano una cosa alla volta: la Asumi concentrandosi nel canto spesso perdeva il pathos e quel pizzico di drammaticità estrema alla quale mi sono abituata, la musumeyaku invece, Hana Ranno, pur recitando molto bene non ha cantato in maniera eccezionale, soprattutto nel pezzo centrale “watashi dake ni” ha faticato parecchio sulle note più alte (oh, poi io faccio la splendida ma dobbiamo tener conto che queste, per un mese e mezzo, cantano tutti i santi giorni e a volte per due spettacoli al giorno, mica pizza e fichi…).

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Un personaggio minore, ma affascinante, è Madeleine, la prostituta-ballerina, mi piace tanto il suo costume e il suo balletto sulle punte…l’attrice che la interpretava però sembrava un trans e ci son rimasta male 😦 .  La più brava è stata, a mio parere, l’attrice che ha interpretato Lucheni; il personaggio è strepitoso a prescindere!  Belli anche i costumi, la cosa interessante del Takarazuka è che variano sempre un po’ da una rappresentazione all’altra, secondo il gusto delle Top star, questa volta vertevano più sul viola.

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Dopo lo spettacolo, inaspettatamente Toru mi chiede se volessi fare la nerdata suprema: l’attesa dell’uscita delle top star!

Vi avevo già raccontato che, finita la rappresentazione, le carampane si fiondano fuori dal teatro brandendo le loro buste piene di soldi e i pacchetti di regali costosi (si parla anche di gioielli e di foulard di Hermes…), mettendosi in fila in una scala gerarchica alla Lion King incomprensibile e aspettando il loro turno per porgere i loro omaggi alla star, che si ferma solo per raccoglierli senza dire una parola, per poi salire su un macchinone e sparire alla vista delle fans adoranti.

Di solito ci vuole un’oretta perché la star sia pronta per uscire, dunque ci siamo fatti un giretto nel centro commerciale di fronte al teatro, nel quale erano esposti anche due abiti da Versailles no Bara, Fersen hen.

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Quando usciamo dal centro commerciale si è già creata una bella fila, dopo qualche minuto di attesa, da debita distanza per non incappare nelle ire delle carampane, vediamo uscire Rio Asumi, quella col sobrissimo completo bianco e nero. Da lontano sembrerebbe una di quelle femminelle idol tipo Johnny’s.

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Fantasticando su quanto avesse racimolato in quel breve scambio di saluti, ci incamminiamo verso la stazione e prendiamo il treno che ci riporta a casuccia.

Questo spettacolo in particolare mi rimarrà nel cuore per una serie di motivi: sarà l’ultimo Takarazuka per qualche anno, ma è stato il primo che ho visto con la mia bambina nella pancia! Avevo scoperto da poco di essere incinta e questo ultimo regalo che mi sono fatta è già diventato un ricordo prezioso.

Devo a questo grande cambiamento nelle nostre vite la mia lunga assenza sul blog- sui social in generale, ho passato mesi a cercare di capire come far fronte a questo uragano di emozioni e di novità (e i primi tre a vomitare come se non ci fosse un domani), tra scaramanzie, preoccupazioni, visite mediche e tutto quello che una gravidanza comporta. Se avessi continuato a scrivere sarebbe diventato un blog monotematico, perché in questi nove mesi non ho pensato ad altro, non c’è stato niente altro che fosse più importante e probabilmente sarà così per lungo tempo.

Adesso sono finalmente a riposo, ho finito di lavorare la settimana scorsa (alla fine della 36esima settimana, da kamikaze…) e mi preparo al grande incontro lottando contro il tempo. Di aneddoti tragicomici sull’ infinita fortuna di essere incinta a Tokyo ne ho a palate, arriverà il tempo anche per quelli 🙂

A presto!

Elisabeth – Takarazuka (aridaje!) Prima parte

踊るなら 選んだ相手と
踊りたい時に 好きな音楽で
踊るなら この世終わるその時でも
ただひとり愛する人と
踊るなら すべてがこの私が選ぶ

Quando danzerò, sarà con colui che ho scelto

Al tempo e alla musica che mi aggrada.

Quando danzerò, anche se questo mondo starà per finire

Sarà con l’unico che amo.

Quando danzerò, sarò io a scegliere ogni cosa.

Quando sento la parola Elisabeth, penso a una persona sola: a Elisabetta Prima d’Inghilterra, uno dei personaggi storici che più adoro. Ma quella è Elizabeth con la zeta.
C’è un’altra regina, anzi, un’imperatrice che porta questo nome, ma noi la conosciamo meglio come Sissi.

Sissi, stretta nel suo inoffensivo diminutivo, è amata e conosciuta in tutto il mondo soprattutto grazie alla mitica serie di film e all’incantevole volto di Romy Schneider (anche lei trascinata da un destino crudele, e molto più di un’attricetta da film storici stucchevoli)

Intendiamoci, questi “stucchevoli film” sono stati protagonisti delle mie infinite estati da bambina, insieme a Via col Vento, i vari filmoni anni ’80 che non sto nemmeno a nominare sennò mi partono altre scimmie, i musical interminabili. Per quanto gradevole, questa serie cinematografica ci ha proposto una deliziosa principessa innamoratissima di un bonario Franz, un po’ troppo attaccato alla sua “Maman”, ma comunque un buon diavolo.

La storia ci insegna invece che Cecco Beppe non era proprio uno stinco di santo, che la piccola imperatrice non era così delicata e caritatevole, e che l’amore dei due non è stato (non fino alla fine) così idilliaco. La storia poi non ci nasconde la tragedia di Rodolfo, l’erede al trono. Una famiglia in cui il suicidio o comunque le morti misteriose non sono poche: quella di Ludovico, il cugino prediletto dell’imperatrice, annegato in un lago in circostanze mai chiarite, l’unico che capiva l’animo fragile ma indipendente di Sissi. Nei suoi diari poetici, Sissi lo paragonava ad un aquila, mentre lei stessa si identificava in un gabbiano. Poi c’è la piccola Sofia, primogenita di Sissi, che muore durante il viaggio “diplomatico” della coppia imperiale in Ungheria a soli due anni. Le conseguenze psicologiche su Elisabetta sono devastanti: malattie psichiche, anoressia e una depressione che non la abbandonò mai si impossessano di lei. E appunto Rodolfo, colui che doveva garantire la continuità della dinastia, costretto dal padre ad un matrimonio senza amore, castrato nei suoi ideali politici, che decise di porre fine alla sua vita e a quella della sua amante con un colpo di pistola alla tempia.

La morte aleggia sugli Asburgo, ed è proprio la morte a diventare protagonista di un geniale musical austriaco del 1992, replicato ogni volta con enorme successo.

Io non lo conoscevo, l’ho visto recentemente su Youtube (sottotitolato in inglese fortunatamente), ma ovviamente ne conoscevo la versione del Takarazuka, che riprende fedelmente le musiche strepitose dell’originale austriaco e lo rielabora con la sensibilità giapponese.

La prima messa in scena di Elisabeth nel Takarazuka è del 1996 e finora lo spettacolo è stato portato sulle scene 8 volte da tutte e cinque le troupe, col titolo エリザベート-愛と死の輪舞 (Erizabeeto, ai to shi no rondo, Elisabeth, rondò di amore e morte. Notare come la pronuncia del nome dell’imperatrice sia stata modificata in modo da essere più semplice per i giapponesi, con l’accento che cade sulla “e” invece che sulla “i”).

Vi dicevo che è la morte ad essere protagonista del musical. Sì, proprio Der Tod (トート閣下 Sua Eccellenza la Morte), l’angelo nero che ruba la vita dei mortali con un bacio. La morte si innamora di una donna…ma può una donna innamorarsi della Morte?

Questo è il link alla versione completa del 2007, con Mizu Natsuki nei panni di Der Tod, la mia preferita (ovviamente sono folle e me le sono sparate tutte, questa in particolare l’ho vista più e più volte). Non vi dico di sorbirvi il pippone di due ore e mezzo in giapponese con sottotitoli in cinese(ok, sì, ve lo sto dicendo…), ma se volete dare un’occhiata alle scene più pregnanti che vi segnalerò, saranno facili da capire conoscendo la trama…

Primo atto

La scena si apre con l’anarchico Luigi Lucheni (pronunciato “Luchini” in giapponese, ma questo è un calco della versione austriaca), narratore della storia, processato per aver accoltellato l’Imperatrice. L’italiano sostiene di averlo fatto per far sì che si realizzasse “un grande amore” (detto così in italiano!), quello della Morte per Sissi. E, in una delle scene dal maggior impatto visivo, chiama a testimone dal regno degli inferi coloro che hanno vissuto con Elisabetta: Franz, la suocera Sophie, Rudolf, i ministri. Tutti danzano macabramente al ritmo di Tod, guidati nel ballo dai suoi angeli neri. Le anime dannate raccontano la vita della piccola Sissi, che mal si adatta all’educazione rigida e che sogna di partire all’avventura con l’amato padre Max. Durante una riunione di famiglia, in cui sua madre rivela che la sorella maggiore Helene è stata promessa in sposa al principe Franz, Sissi cade da una fune su cui era salita e rimane sospesa tra la vita e la morte. Avviene così l’incontro tra lei e Tod (min 11:40 ), che si innamora perdutamente della ragazzina e le risparmia la vita. Sissi quindi, ristabilitasi, accompagna la famiglia alla reggia ove avverrà l’incontro tra i promessi sposi; ma le cose non vanno come previsto, Franz si innamora di Sissi nello sconcerto generale e sarà lei a divenire la consorte imperiale. Un duro colpo per Tod che decide, molto democraticamente, di cancellare dalla faccia della terra l’intera dinastia degli Asburgo, così, in amicizia.

Durante il ricevimento di nozze irrompe nella sala da ballo furioso (min 33:30) e la minaccia: “l’ultimo ballo sarà il mio, il tuo destino è di ballare con me“.

Dal primo giorno alla reggia Elisabeth viene messa sotto torchio dalla stronzissima suocera Sophie, che le proibisce ogni svago e le leva persino le due figlie. Il marito è un gran bamboccione e la lascia fare, fino a che Sissi non si rende conto di avere un asso nella manica: la sua bellezza. Si dedica esclusivamente alla cura del corpo, sottoponendosi ad una dieta rigidissima, a sfiancante esercizio fisico e a creme e cure di ogni sorta. Nei suoi momenti di sconforto ciccia sempre fuori Tod, che le propone simpaticamente di suicidarsi. Ma Elisabeth lo rifiuta e lo scaccia in malo modo, affermando che la sua vita appartiene solo a lei (min 43:30).

Nei caffé di Vienna, tra una pigra chiacchiera e l’altra, viene data la notizia della nascita di Rudolf, ma c’è chi auspica una rivoluzione.

Sissi si nega al marito e gli mette per iscritto un ultimatum: o io o la suocera. Rifiuta per l’ennesima volta Tod, che si incazza di brutto (min 62:38), e come rappresaglia aizza ancora di più il popolo rivelando che il latte sottratto alla bocca dei bambini e degli infermi viene utilizzato per i bagni di bellezza dell’imperatrice. Gli imperatori partono poi alla volta dell’Ungheria (paese amato profondamente dall’Imperatrice), dove Sissi conquista il cuore del popolo e apre la strada per la sua annessione all’Impero.

Franz ormai ce l’ha che ci potrebbe schiacciare le noci, prega Sissi di ritornare da lui accettando tutte le sue condizioni (questa scena è molto bella, con una riproduzione dell’abito dell’imperatrice che fa sognare tutte noi fanciulle *__*) (min 71:10), Tod capisce che la situazione e Sissi gli stanno sfuggendo di mano. Finisce il primo atto.

Secondo atto

Lucheni racconta la follia di Sissi, ossessionata dalla sua bellezza; l’imperatrice ha ordinato di cercare in giro per il regno le donne più belle e di fotografarle, per mettersi a confronto con loro.

Franz e Elisabeth vengono incoronati sovrani d’Ungheria, l’oscuro ministro che officia la cerimonia è proprio Tod (min 77:50). Qui parte il duetto più bello dello spettacolo (私が踊る時, “Quando danzo“- in tedesco Wenn Ich Tanzen Will , da cui ho tratto le frasi iniziali del post). Snobbato ancora una volta, Tod decide di ammaliare il piccolo Rudolf, lasciato a se stesso dai genitori, diventandone amico.

Sophie intanto escogita un piano con i suoi ministri per allontanare Franz da Sissi. Introducono nella reggia un vero e proprio spettacolo di Burlesque e fanno in modo che la bella prostituta Magdalene seduca il bamboccione (min 88:39).

Sissi ha un mancamento in palestra. Viene chiamato il medico, Tod sotto mentite spoglie, che le mostra la prova fotografica del tradimento del marito. L’imperatrice subisce un duro colpo ma rifiuta nuovamente di togliersi la vita e seguire Tod nell’Oltretomba. Inizia le sue peregrinazioni di paese in paese e non torna in Austria nemmeno quando schiatta la suocera. Durante la visita ad un ospedale psichiatrico si identifica con una paziente che crede di essere l’imperatrice, in bilico sulla follia.

Rudolf è ormai un uomo ed è in perenne lotta col padre. Viene convinto da Tod a tentare una rivoluzione. Le ombre si estendono sulla famiglia imperiale (min 104:55). Sventato il colpo di stato, il padre riprende duramente Rudolf; egli cerca conforto e aiuto dalla madre, che ormai troppo indurita glieli nega. Rudolf si toglie dunque la vita sparandosi alla tempia e accasciandosi tra le braccia della Morte. In questa versione è interpretato da Ouki Kaname, l’Oscar dello spettacolo di Luglio. Nel 2007 non era ancora una top star.

Sissi, disperata davanti alla bara del figlio, prega Tod di portarla con sé, ma questa volta è lui a rifiutarla, perché quello che vede negli occhi della donna non è amore ma disperazione.

Sissi riprende i suoi viaggi, allontanandosi sempre di più dal marito che non ama più. E’ durante uno di questi viaggi, mentre si appresta a prendere la nave che sta salpando sul lago di Ginevra, viene colpita al petto dalla lima di Lucheni, consegnatagli proprio da Tod(130:57).

Finalmente Elisabeth corre incontro a Tod, che la porta con sé non agli Inferi ma in Paradiso.

Allo spettacolo segue poi, come di consueto, la line dance e la parte di rivista.

continua… ^__*

Versailles no Bara – Oscar hen Soragumi 2014

愛故に人は美しい

E’ l’amore che rende belle le persone

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Della storia di Lady Oscar sono state rese parecchie versioni teatrali, che riprendono ognuna un particolare della vicenda o che mettono in luce maggiormente uno dei personaggi. Le tre versioni più popolari e maggiormente replicate sono

Oscar hen

Oscar to André hen

Marie Antoinette to Fersen hen

Poi ci sono i cosiddetti gaiden (spin off):

Fersen hen

Girodel hen

Alain hen

Bernard hen

André hen

L’anno scorso è stato messo in scena Oscar to André hen, che è forse la mia versione preferita in assoluto, con una fantastica interpretazione della Moon Troupe 月組 (e mi mangio ancora le mani per non averla vista dal vivo, ma solo su un losco sito cinese tutta sgranata…). Io ho visto la versione che mette più in luce le vicende di Oscar, che era comunque la prima con cui era doveroso iniziare.

Da brava fanatica, negli anni avevo già visto qua e là qualche spezzone trovato su youtube, ma per prepararmi a questo con grande sgomento di Toru , e sempre grazie ai loschi siti cinesi, mi sono sparata praticamente in un mese scarso tutte le versioni (tranne quella di Girodel che non c’è stato verso di trovare), mi sono imparata tutte le canzoni, così che il 10 luglio ero preparatissima e fomentatissima (Toru merita poi tutto un commento a parte, come sempre* 🙂 )

Pomeriggio del 10 luglio: arriva un tifone.

Imprecazioni in turco, tentativo di sopprimere l’omino del gas che insisteva per irrompere in casa per fare il controllo annuale proprio mentre mi stavo togliendo i bigodini ed ero in mutande, una mezz’ora piena per raggiungere il teatro Tokyo Takarazuka, poco lontano dalla stazione di Yurakucho. Siamo lì un’ora abbondante prima dello spettacolo che comincerà alle 18:30. Fuori piove che Dio la manda.

L’entrata del teatro si presenta normalmente così e così, chilometri di tappeto rosso e candelabri a sproposito,ma ricorrendo quest’anno il centenario del Takarazuka, l’abbiamo trovata così.

Ho fatto poche foto col cellulare, purtroppo non rendono giustizia alla sublime pacchianata (e io adoro le pacchianate ♥︎):

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Le carampane peggio che alla presa della Bastiglia!

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Selfie laterale per non suscitare le ire delle carampane 🙂

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L’unica occasione nella vita di sfoggiare un sobrio abito tempestato di paillettes 😀

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Poster dello spettacolo

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Tramezzini del Takarazuka: se non ho fotografato il contenuto un motivo ci sarà :O

Al”interno del teatro c’è l’immancabile negozio di souvenir in cui -inutile ribadirlo- era vietato fare fotografie e si poteva entrare solo mostrando il biglietto per lo spettacolo; mi dispiace perché vi siete persi la fiera della tamarraggine, gadget veramente pregiuevoli ritraenti le attrici sulla scena e non. Erano proprio gli scatti non strettamente legati al teatro ad andare a ruba, così come le magliette e gli altri segni distintivi che le fan di una star decidono di portare ai loro loschi raduni. Non essendo ancora a quello stadio della malattia, mi sono solo comprata una calamita di André che adesso occhieggia (battutona…) orgoglionamente dal mio frigorifero e mi ricorda che non è vero amore se non ti prendi una scarica di carabina in petto ogni volta che mi procaccio il cibo.

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Nelle mie estenuanti ricerche avevo letto anche riguardo al dress code e al comportamento da tenere in teatro. Il dress code l’ho cannato alla grande perché ci saranno state 5 o 6 persone vestite bene, le altre erano vestite o con l’abitino da funerale giapponese con tanto di perle bianche, o con il solito ciarpame leopardato da mercato rionale. Gli uomini devo dire che avevano avuto la decenza di mettersi almeno una camicia, tranne un pelatone in prima fila che si era messo una polo sdrucita in barba a tutto. Per quanto riguarda il secondo punto, guai ad applaudire quando hai voglia di farlo: si applaude solo quando applaudono le carampane. E BASTA. E si battono le mani massimo 4 volte. Ogni tanto da dietro c’era qualche temerario che si arrischiava a battere le mani a sproposito e il suo entusiasmo cadeva nel vuoto, totalmente ignorato. Noi abbiamo fatto i bravi, anche se in certi punti mi sarei spellata le mani con tanto di fischio alla pecorara, quello con due dita in bocca.

Tornando ai dettagli della rappresentazione, i protagonisti di questa versione di Versailles no bara sono stati interpretati da:

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Rion Misaki (Rosalie) top star musumeyaku

nei ruoli fissi, e a rotazione:

Tooma Ozuki (André, sulla sinistra) che si è alternata negli altri spettacoli con Manato Asaka (molto bella, e secondo me troppo femminile per interpretare André, ma perfetta per il ruolo di Girodel in cui l’ho vista quella sera, sulla destra)

Nella foto manca Nanami Hiroki (Alain/ Girodel a rotazione).

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Ho pensato un po’ a come fare a spiegarvelo per bene e ci ho provato con la videocronaca dello spettacolo: si apra il sipario!

minuto 1:25 ” Ritratto dell’amore” (愛の肖像)

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Scena d’ammore

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io:

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Morte di André

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io e Toru:

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presa della Bastiglia e morte di Oscar:

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noi:

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Tra i momenti che mi sono piaciuti di più in assoluto c’è stato quello del ” Ritratto dell’amore”, le volte in cui le attrici si avvicinavano alle prime file, e anche, moltissimo, la line dance di cui vi ho già un po’ parlato. Ho pensato ai video e ai documentari che ho visto, a quanto quelle ragazze abbiano dovuto fare per essere su quel palco e, magari, un giorno diventaretopstarmettersiladivisadiOscaresaliresulPegaso. Ho cominciato ad avere i miei soliti trip mentali su quanto sia importante lottare per i propri sogni e mi sono commossa ancora di più. Sul tetto del Takarazuka si abbattevano le raffiche di pioggia portate dal tifone. Avevo esaudito un altro dei miei tanti-troppi! desideri. Insomma, mi sono sentita proprio felice 😀

Per quel poco che me ne possa capire di Takarazuka l’interpretazione di Kaname Ouki è stata sublime, molto energica e sentita (l’abbiamo vista piangere veramente sulla scena in più punti).  Avevo letto che non è una cantante eccellente (le solite carampane haters), invece ha ampiamente superato ogni mia aspettativa, confermandosi una delle migliori Oscar che abbia mai visto (e in questo mese ne ho viste tante 🙂 ); Rosalie voce pazzesca e bellissimo personaggio, molto migliore che nel cartone animato, le si perdona anche il fatto di non essere morta; scenografie bellissime e cambi di scena e di costume alla velocità della luce, Pegaso semovente e paillettes, orchestra dal vivo strepitosa…molto più che attrici, le takarazienne sono dispensatrici di sogni. Sono entrata nel tunnel… e a uscirne, non ci penso nemmeno!

*Non so chi ha pianto di più tra me e Toru, che in pochi mesi è passato da: berubara roba da femminucce a: iscriviamoci al Takarazuka tomo no kai, now!

Versailles no baka

Ovvero, la “scema de Versailles”.

(disclaimer: post parecchio sclerato, mi rimetto alla vostra clemenza 🙂 )

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Non c’è bambina degli anni ’80 che non conosca Lady Oscar. Dall’asilo in poi, chi di noi non si è presa per i capelli con le amichette per decidere “chi faceva chi” nell’ora di ricreazione (ok, magari voi non eravate delle screanzate, io ero sempre in castigo perché troppo rivoluzionaria di default…)? Come per alcune di voi, per me Lady Oscar è LEGGE, scuola di vita, quello che qui in Giapponia chiamano l’akogare (憧れ), l’esempio (irraggiungibile!) da seguire, oltre ad essere nella lista delle cose su cui NON si discute (assieme ai Queen e a poche altre cose) e di cui, periodicamente, mi torna la scimmia.

Oscar o Maria Antonietta? André o Fersen? Domande trabocchetto che ci facevano subito inquadrare il tipo di persona che ci stava davanti e deciderne di conseguenza, implacabilmente e senza appello.  Pianti davanti al televisore.  Senso (inconscio) del mono no aware a palla (già dalla siglia originale bara wa utsukushiku chiru, le rose cadono in bellezza), ciliegi in fiore alla periferia di Parigi, sani valori giapponesi a palate. Ma che ve lo racconto a fare, lo saprete già, mie romantiche fanciulle… 😀

Non mi dilungherò sul fenomeno Lady Oscar in Italia, sui turbamenti delle ragazzine alla vista di camicette bianche a brandelli (…e NO, la balia NON aveva sbagliato candeggio, non so se mi spiego…);

sul fatto che in un meraviglioso mondo parallelo nippo-francese a una donna venisse data la possibilità di scegliere se prendere una spada in mano o continuare a ballare il minuetto agghindata come un abat-jour;

sul fatto che una rosa non potrà mai essere un lillà (eh?), ma soprattutto, che

“L’amore può portare a due cose: alla felicità completa, o a una lenta e triste agonia” (tié!)

Ok, te pareva che non mi partiva la scimmiazza…

Come diceva qualcuno, non mi raccapezzolo più !

Ahem…

Mentre, dicevo, in Italia non c’è trentenne o quarantenne che non conosca la Lady dal fiocco blu, se in Giapponia ti azzardi a dire che ti piace Versailles no bara (La rosa – o le rose, a seconda dell’interpretazione- di Versailles, titolo originale del fumetto), o ti danno della vecchia (anche detta Versailles no baba, la tardona de Versailles), o non lo conoscono. Mapperò.

Mapperò c’è anche un piccolo esercito di donne Showa come si deve che sono state figlie del berubara boom (abbreviazione di Versailles no bara in una simpatica lingua in cui le”V “e le “B “sono spesso messe a caso) negli anni ’70. Sull’onda della scimmiazza mi sono messa a ricercare un po’ nei miei archivi (chiamiamoli così…) rileggendo le pagine che l’autrice Riyoko Ikeda ha dedicato a commentare la sua opera.

Versailles no bara usciva nel 1972, con non pochi problemi, sulle testate di Margaret (マーガレット), una rivista per ragazzine dai 10 ai 14-15 anni: esso mostrava una donna en travesti, che creava confusione e turbamento in tre quarti dei personaggi che anche loro non si raccapezzolavano più, ma soprattutto una figlia ribelle (cosa che una donna Showa come si deve non può essere), che non si piega alle regole di una società patriarcale e maschilista, e -aggiunge la Ikeda con non poca soddisfazione-  mostrava ai virginei occhi delle fanciulline ignare la prima scena di sesso in un manga per ragazzine. Con il bis (capisc’amme). Uno scandalo. Lettere di mamme inchianate come non mai alla redazione, minacce, poi l’inarrestabile successo, la pubblicazione in volumi e tutto a tarallucci e vino.

Oscar era in parte lo specchio della Ikeda stessa  -una ventiquattrenne che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno( e dal 2008 Cavaliere della Legion d’Onore di Francia, probabilmente per averci reso un po’ più simpatici i nostri cugini d’Oltralpe) -ma anche un personaggio che dava voce, nemmeno troppo velatamente, al malcontento delle donne (o almeno, di alcune donne) per il loro ruolo marginale nella società giapponese (…e comunque oggi stiamo ancora agli stessi livelli, più o meno).

Dicevo, berubara boom. Nel 1974, sull’onda del grande successo del fumetto, la compagnia teatrale Takarazuka (宝塚歌劇団, la cui caratteristica distintiva è l’utilizzo di un cast interamente femminile) mette in scena le vicende di Oscar, in spettacoli che fino ad oggi hanno raggiunto 5 milioni di spettatori. Anche in questo caso, siccome i fan giapponesi sono sempre sobri, entusiasti delle novità, ma soprattutto comprensivi, hanno cominciato a mandare lettere minatorie contenenti lamette alle attrici prima ancora di vedere la messinscena, tanto per mettere in chiaro simpaticamente le cose. Adesso per riuscire a comprare un biglietto devi dare un rene.

Poi, negli anni ’80, il cartone animato – mega flop in Giappone ( in alcune prefetture ne fu addirittura sospesa la trasmissione, conclusa poi con un bizzarro montaggio in una puntata fatta di fermo immagini e narrazione fuori campo), schifato pure dalla Ikeda. Il character designer fu affidato a Shingō Araki (I Cavalieri dello zodiaco, anyone?), la regia a Tadao Nagahama, prima e a Osamu Dezaki (Rocky Joe, alcuni film animati di Lupin III,ecc… ), poi.

Insomma, ai gggiuovani giapponesi non piace Lady Oscar. Forse il tema della Rivoluzione Francese, o il manga storico, non prende. Forse i dialoghi, quasi lirici, stuccano. Forse il disegno, che riprende a tratti lo stile Liberty, non attizza. Meglio gli occhi strabuzzati e le tettone di One Piece. Ve possino…

Eppure, la quantità di gadget e di prodotti basati su Versailles no bara, con grande gioia del mio portafoglio, è impressionante:

magliette e abiti

cosmetici

vini

budini

rose

e così via, ad libitum.

Tutto questo papiro per dire che vi sto scrivendo da una vasca piena di ghiaccio. Il rene l’ho dato. Finalmente, dopo cinque anni e mezzo di tentativi miseramente falliti, sono riuscita ad accaparrarmi (all’asta, tra l’altro!) il mio posto nello scintillante teatro del Takarazuka di Tokyo (quello originale si trova in Kansai). Vi racconterò dettagliatamente del Takarazuka a metà luglio, nel frattempo ovviamente vivrò nell’inedia nutrendomi solo dei miei sogni di bambina.

Adieu.

Un’altra primavera

Primi d’ Aprile! E con la primavera ritorno anch’io!

In queste ultime settimane sono successe un sacco di cose: “Anno nuovo, vita nuova”, mi ero ripromessa, dopo un disastroso 2012…e fortunatamente sono riuscita a sistemare tante cose andate storte nel corso di questi ultimi due anni: prima di tutto avrò più tempo per me, per la bimba e per Toru; la missione “Lavorare di meno, lavorare meglio” sta andando in porto.

Per festeggiare questo tripudio primaverile io,Toru e Ayla ci volevamo concedere una piccola fuga a Shizuoka: mare, natura, fiori di ciliegio e tante coccole per la mia povera famiglia così a lungo trascurata.
Beh, ai fiori di ciliegio devo stare sulle balle perchè han deciso di fiorire ben 10 giorni prima del tempo, cosi anche quest’anno mentre la gente baccagliava sotto gli alberi io ero chiusa al lavoro che manco Erzsebet Bathory….
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(simpatico reminder dalla finestra della scuola)
E poi mercoledì scorso è arrivata mia sorella, che non vedevo da due anni(ancora devo lavorare sul mio esilio in Nippolandia e trovare un modo di rientrare in Europa piu spesso), così adesso siamo alla ricerca di un posto decente in cui sistemarla (ve lo ripeto per la seconda volta, SAKURA HOUSE IS NOT THE WAY. Cazzarola, una topaia del genere non la vedevo dal 2007, quando ci ho vissuto io per tre mesi! Se qualcuno conosce una ditta meno lorda, che non sia la Fontana, batta un colpo!)
Finiti gli aggiornamenti sulla mia entusiasmante vita, vi racconto qualcos’altro. Parliamo di Shizuoka, che è meglio!
Come regione, Shizuoka e` piuttosto vasta, perciò ci siamo concentrati solo su due aree per poterci anche riposare. Il primo giorno siamo stati a Shimizu, una tranquilla cittadina portuale in cui ci siamo ingozzati di pesce per rimediare alla delusione di una giornata uggiosa. A detta del consorte, la spiaggia su cui abbiamo passeggiato e` famosa per essere il set della sigla iniziale di un jidai geki (uno sceneggiato storico) chiamato “Abarenbo shogun“, “lo shogun coicazzinchianati”, un vero duro dallo sguardo che ammalia, compagno dei miei interminabili soggiorni di fine anno ad Akita.
(ecco il video su youtube , scusate la pessima qualità ma è l’unico che ho trovato!)
Nel pomeriggio siamo andati al castello di Shizuoka, alla ricerca degli ultimi fiori di ciliegio, e ci siamo imbattuti in curiosi objet
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culi volanti

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(C’è un 109 anche a Shizuoka!!Chissà se è pacchiano come quello di Shibuya!)
La sera abbiamo passeggiato nella zona del porto e abbiamo cercato un ristorantino. Il donburi di pesce era delizioso(foto a breve)!

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Il giorno dopo, visto che il tempo non accennava a migliorare, siamo scappati verso Hamamatsu, per vedere il castello e mangiare la cucina brasiliana. Perche` brasiliana? Perche’ a Shizuoka e a Gunma ci sono le piu’ grandi comunita’ nippo-brasiliane del Giappone.

Anche in questo tragitto le opere d’arte non ci hanno delusi!

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Fuji is everywhere!

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Castello di Hamamatsu

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Giappobimbo carinissimo

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Ma la parte migliore del nostro viaggio è stata il soggiorno a Hamanako, un grande lago vicino al mare. Circondata da quella distesa di acqua, mi sono sentita finalmente in pace con il mondo 🙂

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Ayla con la faccia derelitta per la lunga camminata

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Il mare ❤

Intorno alle 5 abbiamo preso la funicolare per vedere il lago dall’alto

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A conclusione del racconto di questa breve, ristorante gita, vorrei ripetermi: che calvario è stato portarsi in giro Ayla!!! Anche in quella zona non abbiamo trovato un solo locale che accettasse la nostra piccolina, quindi di giorno ci siamo accontentati di pic-nic e take-away, mentre la sera, quando la temperatura si abbassava, siamo stati costretti a lasciare la cucciolotta in macchina con i finestrini un po’ abbassati e la sua pappa, mangiare in 30 minuti con il magone e precipitarsi subito da lei. Anche per quanto riguarda gli hotel, il primo giorno l’abbiamo infilata in camera abusivamente (col batticuore che abbaiasse e ci facesse sgamare), la seconda notte a Hamanoko non abbiamo trovato altra soluzione che lasciarla dalle 5 alle 8 del mattino dopo in una pensione per cani. Non ci siamo…

Okinawa! La voce del mare-parte terza

Alzarsi al mattino e affacciarsi ad abbracciare il mare. Davanti a noi c’è una piccola isola, chiamata Taketomi, un nome che porta promesse di onde turchesi e sabbia di stelle. Così vicina che sembra di toccarla. Dieci minuti di traghetto e siamo lì.

Per prima cosa abbiamo affittato un tandem, essendo la bicicletta il metodo più comodo per girare in libertà e via verso la spiaggia famosa per la sabbia a forma di stella (in realtà residui di coralli bianchi).

Anche questa spiaggia è protetta e ci siamo dovuti accontentare di portarla negli occhi e di raccogliere qualche conchiglia sulla battigia. Il sole però ci ha subito spinti a ripartire, attraversando le stradine sterrate che si snodano tra antiche case tradizionali e cespugli di fiori multicolore verso la spiaggia che ci ha incantati. La solita colazione epica ci ha permesso di sfruttare anche il tempo normalmente destinato al pranzo per nuotare, nuotare e nuotare.

Verso le quattro poi abbiamo sfidato il caldo per mischiarci ancora tra i pochi turisti, fermandoci solo per far passare le carrozze trainate da buoi.

 

 E immortalare i particolarissimi Shisa dell’isola, l’animale- simbolo di Okinawa

La sera, dopo esserci lavati via di dosso il sale dalla pelle e dai capelli, abbiamo assistito ad un piccolo concerto di musica tradizionale in una sala dell’hotel. Due sorelle di Ishigaki hanno cantato per noi in modo divino, da farmi venire la pelle d’oca. Ho lasciato che le loro parole di una lingua sconosciuta mi entrassero nel cuore, portandomi il suono delle onde, la nostalgia e l’orgoglio della propria terra natia.

Nella nostra stanza, stretti stretti nonostante il caldo, Toru mi ha detto  qualcosa che mi ha molto colpita: "Durante il concerto mi sono sentito un po’ triste, perché io non capivo le parole ma tu sì. Sono nato tra le montagne e non conosco la voce del mare. Ma tu sì, è come se ti chiamasse."

Ed ecco perché Ishigaki mi rimarrà nel cuore: col verde e col turchese, con il rosso, il giallo e il cobalto, con il profumo caldo di sale e di sabbia, con la voce del suo mare.

 

Okinawa! Infinite sfumature di blu- parte seconda

Sfogliando l’album (virtuale) delle foto, ecco il seguito del racconto.

Muoversi in macchina mette sempre Toru di buon umore. Ascoltando le nostre canzoni preferite siamo andati alla scoperta della parte occidentale dell’isola, divorando avidamente gli sprazzi di blu tra le colline, pascolo per i bufali, lasciandoci sopraffare dalla meraviglia della vista di Baia Kabira dall’alto e ripromettendoci di visitarla al più presto. Dopo poco un’ acquazzone ci ha convinti a fare marcia indietro, così verso le cinque abbiamo finalmente fatto il check in in albergo, mentre la pioggia stava già cessando. Quasi tutti i giorni, tra le cinque e le sei il cielo avrebbe rovesciato cascate di pioggia, per poi tornare nell’arco di mezz’ora al suo solito color cobalto: il dono di una natura severa ma benigna, come una medicina per la terra battuta dal sole, un rito così giusto da farmi sentire in pace con il mondo intero e, quasi, mi ha consolata per la bruttura e l’artificialità che mi circonda nella capitale.

L’albergo ci è piaciuto da subito e si è rivelato anche migliore da ciò che ci era parso in foto (e a dispetto del nome incomprensibile, "Grand Vrio"?!). La camera era grande quasi come casa nostra, con la sola pecca dei letti separati. Dovete sapere infatti che è difficile trovare una camera matrimoniale in Giappone e anche in molte abitazioni i coniugi dormono ognuno per i fatti propri…e lascio trarre a voi le vostre conclusioni psico-sociologiche. Fortunatamente ogni letto era da una piazza e mezza, tiè! 😛

Abbiamo cenato in un ristorante vicino all’albergo, specializzato in yakiniku (carne alla piastra), probabilmente parente dei bufali che avevamo visto poco prima.

Vi consiglio vivamente di assaggiare questa carne tenerissima, chiamata Ishigaki-gyu, una delle migliori che abbia mai mangiato; ancora più buona se accompagnata dall’awamori, un liquore tipico di Okinawa parecchio alcolico che a me ha ricordato un po’ la grappa. Abbiamo trascorso il resto della serata passeggiando per il giardino dell’hotel e poi sulla terrazza panoramica per contemplare una miriade di stelle: altra cosa che a Tokyo è difficile fare.

Il secondo giorno abbiamo iniziato la giornata sfondandoci al buffet della colazione come dei disperati, cosa che, lo confesso, abbiamo continuato a fare impunemente durante tutto il soggiorno e che ci ha fatto saltare tutti i pranzi sull’isola. A nostra discolpa possiamo dire che eravamo in buona compagnia, i giapponesi non a caso chiamano il buffet  バイキング "viking ". Vi ho detto tutto.

La metto la foto? Dai, eccola!

Dopo il "frugale" pasto ci siamo diretti a Kabira Bay, una riserva naturale considerata la più bella spiaggia di Ishigaki, in cui purtroppo però è vietata la balneazione soprattutto a difesa delle specie marine che la popolano; una volta arrivati, abbiamo capito il perché:

Non avevo mai visto un colore simile, definirlo "verde acqua" è riduttivo. Abbiamo capito che nuotare in un mare simile è privilegio degli dei e non è cosa da umani; così ci siamo accontentati di un giro in barca per osservare la vita brulicante del fondale.

Siamo poi andati a visitare il mausoleo Tojin in ricordo di 380 vittime cinesi di un naufragio nell’Ottocento, uno delle poche attrazioni costruite dall’uomo sull’isola.

Abbiamo proseguito alla ricerca di una terza spiaggia in cui poter nuotare, purtroppo però pur essendo bellissima, abbiamo dovuto depennare dalla lista la spiaggia di  Sukuji poiché troppo poco profonda.

Lì però abbiamo fatto due chiacchiere con un abitante dell’isola, un simpatico signore di mezza età che ci ha invitato a procreare sull’isola e tornare l’anno successivo con il nostro primo figlio!

Finalmente abbiamo potuto nuotare a lungo nella spiaggia all’estremo nord dell’isola, chiamata Sunset Beach. Abbiamo fatto snorkeling e ci siamo goduti le tinte calde della sua sabbia dorata a circondare l’azzurro cupo del mare.

Graziati dalla pioggia, siamo saliti ancora più a nord per guardare il tramonto dal faro.

 

Sulla via del ritorno il sole era quasi scomparso e si è fatto improvvisamente buio. Le strade dell’isola sono naturalmente male illuminate dunque vi consiglio di fare molta attenzione. Di notte l’isola si anima di tutte le creature che durante il giorno hanno trovato riparo dalla calura estiva: gatti selvatici, varie specie di uccelli che invece di volare attraversano spavaldi la carreggiata e parecchi rospi. Abbiamo frenato all’ultimo momento non so quante decine di volte! In particolare se l’è vista brutta il Yanbaru kuina (in inglese Okinawan Rail), un uccello che non può volare specie protetta dell’isola.

Arrivati in hotel con qualche rospo sulla coscienza, abbiamo cenato in un ristorante di cucina tipica di Okinawa (per la quale scriverò un post a parte) e ci siamo preparati per la gita all’isola di Taketomi.

 

(to be continued!)

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