Takarazuka- istruzioni per l’uso (seconda parte)

Per permettere un giusto ricambio generazionale, le top star di ogni troupe in genere mantengono la loro posizione per 3-4 anni, massimo 5, lasciando poi la carriera di takarasienne. Alcune diventano attrici affermate, come Amami Yuki, oppure doppiatrici. O, come auspicava il patron Kobayashi, brave mogli.

Il Takarazuka è un mondo luminoso e abbagliante, ma come tutte le luci ha anche le sue ombre. La prima prende il nome di bullismo ad opera delle stesse compagne di studi, pratica tristemente comune in questo paese anche nella scuola dell’obbligo. Ho letto ad esempio di ragazze che hanno subito angherie solo perché non si sono fatte da parte al passaggio delle studentesse del secondo anno.
Questa è la scala dell’ex accademia musicale, guardate voi stessi: i gradini sono consumati sul lato destro perché le matricole devono camminare rasentando i muri per essere il meno possibile d’intralcio alle compagne più anziane.
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La seconda ombra riguarda l’ossessione dei fan (e in questo i giapponesi sono maestri),che sfocia sovente nello stalkeraggio.

Vi sono certamente molti uomini tra gli appassionati, ma la maggioranza femminile dell’audience è schiacciante. Le fan sono estremamente severe e quasi maniacali nel creare regole assurde. Nel teatro, soprattutto ai posti migliori, sembra che si possano trovare sempre le stesse persone poiché i biglietti vengono prima messi in prevendita al “Takarazuka tomo no kai”,il fan club. Raramente rimangono posti liberi per gli spettacoli più attesi (ivi il cedimento del rene per poter ottenere due biglietti all’asta). I fan, o meglio, le fan, sono agguerritissime. L’attrice preferita non è soltanto una beniamina, è un vero oggetto di ossessione e brama di possesso. Alcune di loro provvedono ad ogni necessità del loro idolo, facendo commissioni per lei o donandole regali costosi, persino gioielli. Nel caso delle otokoyaku, si arriva ad un’attrazione romantica, in casi estremi sessuale; d’altronde i personaggi interpretati dalle otokoyaku sublimano la mascolinità in qualcosa di “puro, onesto, bello”: le casalinghe disperate possono fantasticare su qualcosa che è altro dallo strano animale a due zampe che gira per casa. Le otokoyaku sono insomma meglio degli uomini stessi.

Non la metterei su questioni di omosessualità, visto che anche se è probabile che sia tra le attrici che tra le fan ci siano anche queste preferenze, tali casi non sono poi così frequenti -ricordiamo che il Takarazuka non è stato creato per l’emancipazione femminile o per i diritti degli omosessuali, è stato ideato da un nazionalista guerrafondaio retrogrado! Quando leggo su vari siti inglesi che il Takarazuka è un esempio di teatro pro LGBT perché le donne si vestono da uomo mi viene da ridere…e allora il kabuki, il teatro elisabettiano che cosa sono, spettacoli del gay pride?? Con tutto il rispetto per i vari orientamenti sessuali, che poi non vorrei trovarmi teste di cavallo nel letto 🙂

Vi posso dire in tutta onestà che le otokoyaku sono così brave da sembrare davvero uomini sulla scena. Forse viste in fotografia fanno un po’ ridere a noi occidentali, con il trucco teatrale e i parrucconi, ma quando le vedrete sul palco vi innamorerete di loro. Ci metto la mano sul fuoco. E’ la magia del Takarazuka che vorrei cercare di raccontarvi, ma so che sarà dura perché certe sensazioni le dovreste provare voi. Cominciamo da quella più difficile, quella del “turbamento”.

Noi eravamo in terza fila. Questo significava prima di tutto attirarsi gli sguardi incuriositi e ben poco benevoli delle fan. Soprattutto verso di me, l’invasore straniero. Vi dico solo che ho tirato fuori il cellulare a 20 minuti dall’inizio della rappresentazione (metà della sala era con lo smartphone in mano) per assicurarmi che fosse in modalità silenziosa, e già una scorbutica dietro di me era partita all’attacco facendomi notare che durante la rappresentazione le riprese erano vietate (sai che novità…). L’ho ringraziata dicendo che lo sapevo. Assatanata

Comunque…le attrici recitano così vicine da poter guardare gli spettatori delle prime file in faccia, forse per cercare un volto conosciuto, forse per fare il cosiddetto “fan service” (azioni fatte appositamente per mandare in brodo di giuggiole i fan). E non nascondo che quando un paio di volte mi hanno guardata mi sono sentita avvampare. In quel momento davanti a me non c’era una donna travestita, c’era il mio eroe in carne ed ossa! La sensazione più strana l’ho provata proprio nel finale, nel momento in cui le takarasienne hanno fatto l’ultimo inchino e ho sentito distintamente il loro profumo: una fragranza conturbante, né maschile né femminile. Sinceramente pensavo che a quel punto mi fosse andato in pappa il cervello, invece anche Toru l’aveva sentito. Dopo due ore di ballo e canto sfrenato ci si aspetterebbe un odore devastante di cane bagnato, invece si sono dimostrate “rose di Versailles” in tutto e per tutto. Cercando disperatamente una risposta al perché di cotanta grazia, ho letto che le takarasienne imparano, fra le altre cose, a farsi la doccia e a cambiarsi in meno di 10 minuti. Cosa di cui non riesco a capacitarmi, io che in 10 minuti non riesco nemmeno a lavarmi la faccia 😀

continua (con il racconto dello spettacolo!)…

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